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La libertà come atto di disobbedienza

Storia di Lia. La ragazza che si ribellò alla mafia” con Daniele Aristarco, Cristina Porcelli ed Elisa Chiriano

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di Isabella Fazio

 

Ci sono storie che chiedono di essere raccontate non soltanto perché appartengono al passato, ma perché continuano a interrogare il presente. Storie che parlano di mafia, ma anche di corpi, desideri, scelte e di libertà. Ed è proprio attorno a questa parola, così centrale nel tema di Trame15, Terra e Libertà, che si è sviluppato l'incontro ospitato in Piazza Mazzini con Daniele Aristarco, autore di Storia di Lia. La ragazza che si ribellò alla mafia (Mondadori), in dialogo con Cristina Porcelli del Museo Archeologico Lametino ed Elisa Chiriano di Radio Ciak.

Nato a Napoli nel 1977, Daniele Aristarco è autore di romanzi, racconti e saggi per ragazze e ragazzi tradotti in numerose lingue. Da anni affianca alla scrittura l'attività di formazione, conducendo laboratori di teatro e scrittura creativa e facendo dell'incontro con studenti e docenti una parte fondamentale del proprio lavoro. «La sua è una voce libera, profonda, autentica, verace», ha sottolineato Elisa Chiriano, ricordando come proprio dal dialogo con i più giovani nascano spesso le domande e i temi che attraversano i suoi libri. Una scrittura che, come è emerso nel corso della conversazione, coniuga pensiero e azione e che invita a guardare la realtà con cura, attraverso un'attenzione alle parole che è anche attenzione allo sguardo.

Storia di Lia racconta la vicenda di Rosalia Pipitone, figlia di un boss mafioso palermitano, uccisa a venticinque anni con l'autorizzazione del padre perché colpevole di aver rivendicato il diritto di scegliere la propria vita. Ma il libro di Aristarco non nasce per raccontare una morte. Nasce, al contrario, dalla volontà di restituire una vita.

«Quando ho iniziato a scrivere, il mio obiettivo non era raccontare la fine di Lia, ma la sua vita dal suo punto di vista», ha spiegato Aristarco. Una scelta narrativa che ha richiesto all'autore di ribaltare il proprio abituale approccio alla scrittura. «A me piace raccontare storie vere, dicendo sempre da che parte sto. In questo caso ho dovuto vestire la prima persona». Entrare nella voce di Lia ha significato, per Aristarco, confrontarsi anche con la responsabilità di restituire una soggettività femminile senza semplificazioni, cercando di preservarne tutta la complessità e l'autenticità.

La gabbia è l'immagine che attraversa tutto il romanzo. Una presenza costante, fin dall'infanzia della protagonista. Lia cresce senza avere piena consapevolezza del sistema di potere che la circonda, ma istintivamente rifiuta di sottomettersi. Vuole vivere il proprio tempo, scegliere i propri abiti, coltivare le proprie passioni, innamorarsi, disegnare. Ama la moda e gli abiti, forse, ha osservato Aristarco, per il desiderio profondo di «ridisegnare il corpo», di sottrarlo a uno sguardo che pretende di controllarlo.

Intorno a Lia si addensa un universo di divieti e prescrizioni. Non studiare, non pensare, non scegliere chi amare, non pronunciare la parola libertà. Un destino scritto da altri, costruito sulla rinuncia e sull'obbedienza. Eppure Lia, una catena dopo l'altra, sceglie di spezzare quei vincoli. La sua è una ribellione silenziosa, quotidiana, ostinata. Non quella dell'eroina senza paura, ma quella di una ragazza che vuole semplicemente vivere.

Ed è forse qui che la sua storia incontra più profondamente il tema di Trame15. Perché la libertà non è mai un concetto astratto. Ha a che fare con la terra in cui si nasce, con i condizionamenti culturali, con le strutture di potere che decidono chi può scegliere e chi no. E la mafia, ha ricordato Aristarco, è anche patriarcato. «Il potere mafioso ha sempre avuto a che fare con il potere dell'uomo». Non è un caso che Lia venga percepita come una minaccia. Le sue scelte finiscono per mettere in ridicolo l'intero sistema di valori su cui si regge l'autorità paterna. «Meglio una figlia morta che una figlia divorziata», arriverà a dire suo padre. E proprio perché capace di incrinare quel potere, Lia verrà condannata.

Ma il racconto di Aristarco rifiuta ogni determinismo. «Nei contesti più complessi, la mia sensazione è che i ragazzi e le ragazze si salvino sempre, se sono fortunati, se vengono seguiti. Nessuno è condannato in partenza». E ancora: «Nessuno ti può vietare di innamorarti». Parole che restituiscono alla letteratura per ragazze e ragazzi tutta la sua forza politica e pedagogica. Perché raccontare certe storie significa offrire strumenti per leggere il mondo, ma anche per immaginarlo diverso.

In questo senso, la vicenda di Lia Pipitone parla a una generazione di donne che ha dovuto conquistare diritti che oggi sembrano scontati, ma parla anche al presente. Parla di tutte le volte in cui la libertà viene percepita come una minaccia, di tutti i sistemi di potere che tentano di disciplinare i corpi e i desideri, di tutte le gabbie che ancora resistono.

E allora la storia di Lia non appartiene soltanto a Palermo, né agli anni Settanta. Appartiene a ogni terra in cui una donna viene punita per aver scelto. Appartiene a ogni libertà che continua a essere conquistata, un gesto di disobbedienza alla volta.

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