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A Trame13 lo stand Libera Terra

La presidente di Terre Joniche racconta l'impegno delle cooperative sociali per la rinascita dei territori oppressi dalla criminalità organizzata

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Liberare una terra dalla criminalità organizzata significa restituirle il respiro. Liberare un territorio dalle mafie significa anche ridare dignità a coloro che vi lavorano. Infine, liberare un terreno vuol dire riconsegnarlo alla comunità onesta, vera e, anch’essa, libera. L’obiettivo di Libera Terra consiste in tutto questo.

Quale momento e collaborazione migliore si poteva trovare, se non all’interno della tredicesima edizione di Trame, il Festival dei libri sulle mafie, dal 18 al 23 giugno a Lamezia Terme?

«Siamo qui perché ovviamente è una condivisione di intenti e di volontà su un tema che ci accomuna, un tema che riguarda ormai la consapevolezza e quella, che non riguarda solo la Calabria – spiega Raffaella Conci, presidente di Terre Joniche-Libera Terra. Quindi siamo qui da calabresi perché, in qualche modo, abbiamo vissuto la problematica della presenza mafiosa, subendone le conseguenze in termini di arretratezza, di sviluppo economico e sociale. Cerchiamo di dare delle risposte partendo dall'uso sociale dei beni confiscati, al fine di creare opportunità di un’economia sana e di sviluppo altrettanto sano del territorio».

È importante sottolineare quanto sia importante far emergere le qualità vere della regione e i suoi valori «è necessaria, infatti, una contro narrazione perché, purtroppo, la nostra regione è conosciuta solo per i fatti legati alla criminalità organizzata e ci piace invece dimostrare come l'impegno arrivi per primo sì dai calabresi, ma come il tutto debba essere ormai un impegno condiviso – continua. Il problema non è più di portata regionale, e nemmeno nazionale. È una riflessione fatta in termini di comunità e, a livello sociale, quanto più estesa possibile. Facciamo parte della comunità calabrese ma l'invito è a muoversi tutti su questo fronte».

Lo stand di fronte la location principale del festival, in piazza San Domenico, dà l’occasione di poter toccare con mano una realtà più viva che mai, attraverso la conoscenza delle storie di quei territori oscurati e oppressi, ma anche delle sfide affrontate e la degustazione dei loro prodotti. Uno stand con i prodotti delle cooperative sociali che gestiscono beni confiscati alla mafia, grazie alla collaborazione dell’Associazione Libera.

«Ci occupiamo di agricoltura biologica su beni confiscati alla ’ndrangheta. In particolare ci troviamo nel comune di Isola Capo Rizzuto e Cirò, ma facciamo parte di una rete più ampia che è interregionale, un progetto che si chiama Libera Terra e che mette insieme più cooperative del sud Italia: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Ciascuna poi, secondo le specificità territoriali, fa delle produzioni più vicine a quelle che sono le tipicità del territorio – spiega la presidente. Ci sono anche delle produzioni condivise come il grano, il cecio, la lenticchia. il sistema consortile è quello che poi ci consente di avere una buona distribuzione. Tutte le singole cooperative si occupano di una materia prima, questa poi viene conferita al Consorzio Libera Terra Mediterraneo che poi si occupa della trasformazione, commercializzazione e vendita con un marchio unico che è proprio quello di Libera Terra».

La parola “dignità” è tra le parole più usate e più sentite dall’associazione: «Dignità soprattutto nel settore dell'agricoltura, per cui conosciamo il fenomeno del caporalato, lo sfruttamento della mano d'opera, quindi tutto questo è sicuramente una forma di riscatto sia per il territorio e sia un'occasione di dare un lavoro dignitoso, che dovrebbe essere la normalità. In ogni caso c'è bisogno di ridare dignità».

Si tratta di un recupero sociale e produttivo dei beni liberati dalle mafie per ottenere prodotti di alta qualità, coinvolgendo altri produttori che condividono gli stessi principi e promuovendo la coltivazione biologica dei terreni. Terreni che, dal momento in cui vengono confiscati, riprendono vita attraverso una riqualificazione. «Nel nostro caso, per quel che riguarda il terreno, le condizioni erano abbastanza favorevoli. Abbiamo dovuto fare delle attività per recuperare alcune zone, riuscendo comunque ad iniziare a lavorare quasi subito. Più difficile la parte legata alle strutture, perché c'era anche un'abitazione che è stata convertita in struttura ricettiva e quella, come succede nel caso dei beni confiscati, è stata completamente distrutta e poi convertita. Oggi è un agriturismo dove accogliamo ragazzi da tutta Italia che formiamo sui temi della legalità, della giustizia, quindi sul tema dell'antimafia sociale» conclude. 

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