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Storie di uomini e di donne: Mani Libere in Calabria e gli sportelli di assistenza alle vittime di racket e usura

“Incoraggiare le denunce è un investimento sociale e di legalità di particolare rilievo”

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È quello che fanno le associazioni antiracket presenti sui territori ed è quello che fa Mani Libere in Calabria.
Mani Libere è un progetto gestito dal Ministero dell’interno attraverso il Pon Legalità, che ha permesso l’attivazione di tre sportelli di assistenza e di uno sportello ambulante in grado di raggiungere ogni parte della Calabria. Sostiene gli imprenditori e i commercianti vittime dei reati di racket e usura che non hanno ancora maturato l’idea della denuncia o che, dopo la denuncia, vogliono rientrare sul mercato, consorziando e mettendo in rete le associazioni antiracket di riferimento: l’Associazione Antiracket Lamezia Ala, l’associazione Acipac di Cittanova e l’Associazione Lucio Ferrami di Cosenza.
Presso le associazioni di riferimento sono sorti tra sportelli territoriali, affiancati da uno ambulante, in grado di assistere gratuitamente le vittime con consulenze legali, commerciali, aziendali e psicologiche. L’aspetto psicologico, in particolare, è un servizio fino ad ora mai garantito in Calabria.
“Aver pensato di fornire anche consulenza psicologica alle persone vittime di racket e usura credo sia un chiaro segnale da parte dell’associazione di voler stare accanto all'imprenditore con un intervento che prende in considerazione la totalità della persona”, ha spiegato la psicoterapeuta Maria Elena Godino intervista a Trame.11 da Maria Francesca Gentile. “Per la vittima è difficile chiedere aiuto. Il ruolo dello psicologo che noi ricopriamo nel progetto esce un po' dall' immaginario collettivo che vede il professionista nel suo studio e attende il cliente che arriva con una richiesta di aiuto. Abbiamo deciso di andare noi verso il cliente consapevoli che il percorso che porta alla maturazione della decisione della denuncia, la denuncia stessa così come tutto ciò che è successo prima della denuncia è una esperienza emotivamente pesante per la vittima e i suoi familiari ma non per questo porta automaticamente al riconoscimento di un bisogno di sostegno psicologico”.
Offrire uno spazio di ascolto significa legittimare un bisogno che esiste anche se non gli viene dato voce, è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci e che ci coinvolge tutti.