di Anna Pagliaro, Serena Savatteri
Durante la sesta e ultima giornata della quindicesima edizione di “Trame, festival dei libri sulle mafie”, si è tenuto, in Piazzetta San Domenico, l’incontro tra lo storico britannico John Dickie e lo scrittore e corrispondente francese Jacques Charmelot, che ha presentato il suo libro “La guerra è merda”. L’incontro ha seguito la struttura narrativa del libro, iniziando dagli effetti della guerra sul corpo passando alle conseguenze sulle mente, per concludere con le ripercussioni sulla società e sulla dimensione politica. Il titolo del libro, quasi bizzarro, è stato contestualizzato da Charmelot stesso, che ha ripercorso la propria esperienza in diversi contesti bellici, con particolare riferimento alla capitale del Ciad, N’Djamena, dichiarando come «nelle guerre, la differenza tra la vita è la morte è un bicchiere d’acqua: non c’è nulla di eroico o bello, ma tutto puzza permanentemente». Charmelot ha poi affrontato una tematica importante come la disumanizzazione dei soldati, facendo anche riferimento all’esperienza non solo di suo padre, ma di tanti soldati israeliani nel conflitto con la Palestina: «mio padre ha scelto di andare in guerra, per non garantirsi un futuro dove sarebbe morto lavorando in miniera. La guerra ti cambia la mente e l’avvenire, ti impone di inibire la tua umanità al fine di togliere la vita a qualcuno». Frequenti anche i riferimenti alla figura del generale e politico statunitense Eisenhower, che, nonostante sia stato un eroe di guerra, soprattutto grazie all’operazione militare dello sbarco in Normandia, ha sempre riconosciuto le ripercussioni negative dei conflitti militari sull’umanità: «è un eroe che ci fa spaventare» ha aggiunto Charmelot, che ha poi paragonato i produttori di armi agli esponenti della criminalità organizzata, perché fanno comunemente leva sul sentimento di terrore popolare al fine unico di guadagnare: «i poveri sono i soldati della malavita e ne pagano il prezzo». Infine, secondo Charmelot, il ruolo della stampa è cruciale: «usare la paura per influenzare l’opinione pubblica è la cosa peggiore: la stampa deve avere il coraggio di dire le cose come stanno, senza diffondere bugie che non possono essere verificate per mancanza di tempo».

