di Isabella Fazio
Anni di intimidazioni, minacce, danneggiamenti, tentativi di isolare chi sceglie di non piegarsi. È la storia raccontata da Antonio Butera nel quarto appuntamento di “Storie di donne e uomini che resistono”, la striscia di incontri che, nell’ambito di Trame, continua a dare voce a esperienze di impegno quotidiano contro le mafie.
La sua vicenda inizia nel 2005, quando un emissario della criminalità si presenta nella sua attività con un messaggio inequivocabile: alcune persone volevano parlargli. Da quell’incontro prende forma un lungo periodo segnato da richieste estorsive, intimidazioni e pressioni sempre più pesanti. Per lui e per la sua famiglia, comincia un’escalation fatta di telefonate anonime, bottiglie di benzina lasciate vicino alle attività, cartucce, minacce rivolte ai figli e alle mogli, colpi di pistola contro l’abitazione e persino l’incendio di un’autovettura. Una violenza che negli anni avrebbe colpito anche i fratelli Francesco e Giancarlo, entrambi imprenditori, con danneggiamenti e atti intimidatori sempre più gravi.
Un percorso di resistenza che si intreccia con quello dell’associazionismo antiracket. Dal 2005 i fratelli Butera fanno parte dell’associazione ALA Antiracket e, dopo anni di impegno all’interno del direttivo, Butera ne è diventato presidente nel 2022.
«La denuncia non deve essere un fatto soggettivo, ma collettivo, un gesto pubblico. Ognuno deve fare la sua parte», ha sottolineato nel corso dell’incontro. Parole che restituiscono uno dei temi più ricorrenti emersi in questa serie di appuntamenti: la lotta alle mafie non può essere affidata a singoli eroi, ma ha bisogno di una comunità capace di riconoscersi nella responsabilità condivisa.
La straordinarietà non sta nell’eccezione, ma nell’ordinarietà dell’azione. Nell’idea che denunciare, esporsi, scegliere di stare dalla parte della legalità non debbano rappresentare gesti eroici, ma il modo più naturale con cui una comunità decide di difendere se stessa.

