di Diletta D'Alba
Michele Albanese, è morto il 15 febbraio 2026 all'età di 66 anni. Viveva sotto scorta dal 2014 dopo che le indagini avevano fatto emergere un progetto criminale nei suoi confronti legato alle sue inchieste sulla ‘Ndragheta. È considerato una delle voci più autorevoli nel racconto delle dinamiche della criminalità organizzata in Calabria, analizzandone non solo le attività criminali, ma soprattutto la capacità di influenzare la vita sociale, economica e culturale dei territori.
Tra le sue inchieste più significative vi sono quelle dedicate al rapporto tra mafia e religiosità popolare, un tema particolarmente delicato in Calabria. Albanese ha documentato come alcune manifestazioni religiose siano state, in determinati contesti, strumentalizzate dalle organizzazioni mafiose per rafforzare il proprio prestigio sociale e consolidare il controllo sul territorio. Le sue analisi hanno contribuito ad aprire un dibattito pubblico sul rischio che simboli e tradizioni religiose possano essere utilizzati come strumenti di legittimazione del potere criminale.
Particolare risonanza ebbe il caso dell’inchino della statua della Madonna delle Grazie sotto l’abitazione del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Mazzagatti, a Oppido Mamertina. La vicenda suscitò indignazione a livello nazionale e rappresentó un momento di forte riflessione sul rapporto tra fede, tradizioni popolari e infiltrazioni mafiose. Fu proprio questo episodio, di cui Albanese fu il primo a scrivere, che portò all’assegnazione della scorta di terzo livello da parte delle autorità.
Il lavoro di Michele Albanese si distingue per la capacità di raccontare la mafia come fenomeno complesso, radicato nella società e nelle relazioni di potere. Attraverso articoli, inchieste e interventi pubblici, ha mostrato come la lotta alla 'ndrangheta non riguardi soltanto magistrati e forze dell'ordine, ma anche il diritto dei cittadini a essere informati e a comprendere i meccanismi attraverso cui la criminalità organizzata cerca di condizionare la vita delle comunità. In questo senso, la sua attività giornalistica rappresenta un esempio di informazione intesa come servizio pubblico e strumento di difesa della democrazia.
Durante l'incontro in sua memoria organizzato nell'ambito di Trame 15 – Festival dei libri sulle mafie, il direttore del festival, Giovanni Tizian, ha ricordato Michele Albanese sottolineandone il valore umano e professionale: «Ha seminato tantissimo. È stato un esempio per i giornalisti locali e ha saputo consigliare e accompagnare i più giovani nel loro percorso professionale». Davanti alle figlie Maria Pia e Michela, Tizian ha inoltre annunciato l'istituzione del “Premio giornalistico Trame Michele Albanese”, un riconoscimento dedicato ai giornalisti locali che raccontano il proprio territorio con impegno e senso di responsabilità. «Sappiamo con quanta sofferenza e difficoltà i giornalisti locali svolgano il loro lavoro, essendo esposti quotidianamente a minacce e intimidazioni», ha dichiarato. Il premio nasce con la partecipazione di Libera Informazione, Articolo 21 e dell'Ordine dei Giornalisti, con l'obiettivo di valorizzare il giornalismo di prossimità e sostenere quanti continuano a garantire il diritto dei cittadini a essere informati.
La sua scomparsa rappresenta una grave perdita per il giornalismo italiano e per tutti coloro che credono nel valore dell'informazione come strumento di legalità e democrazia. Il suo impegno resta un esempio di coraggio professionale e civile.

