di Giusy MariaKarol Matarazzo
È un ricordo che si fa catarsi quello di Doris Lo Moro nell'ultima giornata di Trame Festival.15. Un atto di coraggio intriso nelle pagine del suo ultimo libro, “Forte come il dolore. Un caso di giustizia negata”. Attraverso il racconto del brutale duplice assassinio del padre Giuseppe e del fratello Giovanni, da parte della Ndrangheta, la dottoressa non si limita a fissare nel tempo il ricordo dei suoi cari: trasforma una ferita personale in una denuncia pubblica, contro quell’impunità che continua a dilaniare il territorio calabrese. L’incontro, moderato dal giornalista Arcangelo Badolati, ha scosso il pubblico di Palazzo Nicotera: c’è chi, davanti al muro dell’omertà e dell’illegalità, preferisce abdicare.
Il centro del dibattito ha criticato il rapporto tra ciò che emerse dalle sentenze e l’effettiva realtà dei fatti, contestando fermamente l’assoluzione dei colpevoli perché “Nessuno avrebbe potuto uccidere, in una città così piccola come Filadelfia, una persona così stimata come il preside Lo Moro”: il tutto ha favorito l’impunità e ha permesso ai clan di rafforzarsi, non dovendo temere per le conseguenze.
La dottoressa Lo Moro ha lanciato un appello: “Le vittime non meritano pietà, ma giustizia”. Infatti, l’evento ha messo in luce una società che si stringe attorno alle vittime, in maniera troppo superficiale e talvolta melensa, solo durante i funerali. Dall'altro lato, è emerso l'atteggiamento omertoso che alcune toghe nere adottano pur di non avere problemi; emblematico il caso di un magistrato che si sarebbe rifiutato di presiedere un processo per paura di minacce ai propri familiari.
La lotta alla criminalità organizzata non può essere delegata solo alle forze dell'ordine, c’è bisogno di una cittadinanza attiva, capace di denunciare le estorsioni e di mantenere alta la guardia, evitando che il dolore delle vittime sia ridotto a una breve pagina di cronaca.

