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La memoria calpestata. Palermo trent’anni dopo le stragi

“Dopo il 23 Maggio tutti a urlare contro la mafia; oggi di quelle urla teniamo giusto qualche gridolino”

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23 maggio 1992, un giorno che l’Italia intera non può dimenticare: questa data ha un significato profondo perché ha rappresentato lo spartiacque e l’inizio della strategia stragista, la guerra aperta tra mafia e Stato. 

Alfredo Morvillo, fratello di Francesca e cognato di Giovanni Falcone, descrive sua sorella eil magistrato compagno di vita come persone serie e coraggiose,moralmente intransigenti e guidate da un ideale nobile di legalità e giustizia. Un ideale per cui hanno sacrificato la propria vita poliziotti, carabinieri, politici e uomini delle istituzioni che hanno dedicato tutti i loro sforzi nel contrasto alla criminalità.

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone hanno condiviso lo stesso destino fino all’ultimo istante. Un rapporto d’amore speciale, quello tra Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, fatto di stima e forte affetto. Lei non pensò mai di allontanarsi da lui, rifiutando anche la scorta autonoma. Morvillo racconta che quel pomeriggio del 23 maggio, dopo una serie di chiamate iniziate verso le 17, corse all’Ospedale civico con la speranza che la sorella sopravvivesse, assistendo al dolore della madre che a Francesca era molto legata.

Da quel giorno, eccezion fatta per l’indignazione iniziale, secondo Morvillo nessun cambiamento è avvenuto, la memoria autentica resta limitata a chi conserva nell’animo quello che è accaduto a Palermo. Tanto si è detto ma le parole non bastano: per il magistrato la memoria soltanto “parlata” arreca un’offesa al ricordo delle vittime di mafia, riaccreditando nella società civile personaggicondannati fino in Cassazione per reati connessi alla criminalità organizzata.Si esprime molto duramente anche sui recenti avvenimenti che hanno riguardato gli arresti per voti di scambio e connivenze nelle elezioni politiche e amministrative siciliane, ritenendo che chiunque sia stato condannato per reati di mafia e abbia tradito la propria terra non possa essere politicamente presentabile. “Non bastano cento corone di fiori quando si verificano fatti come quelli di Palermo. La memoria a parole non interessa più, serve dare un senso a queste morti”, afferma Morvillo. Per il magistrato la lotta alla mafia non si ferma all’impegno delle istituzioni, agli arresti di Riina e Provenzano, ma deve riguardare lo sviluppo di una coscienza culturale di rifiuto e repulsione del fenomeno. Denuncia, invece, che la presenza capillare e pervasiva delle mafie abbia impedito la creazione di un comune sentire per cui chi ha perso la vita non aspirasse con il proprio lavoro a diventare famoso o raggiungere posizioni di vertice, ma si sia sacrificato perché credeva in un ideale di giustizia accettando finanche il rischio della morte. “Borsellino diceva che la mafia, come qualsiasi cosa, ha un inizio ma anche una fine, che arriverà solo quando lo vorremo tutti insieme”, conclude Alfredo Morvillo.