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Viaggio a San Luca: la ricerca di Anna Sergi dentro il paese oltre lo stigma

La ricerca della criminologa Anna Sergi a San Luca: ascoltare il territorio senza pregiudizi per costruire una memoria condivisa oltre la 'ndrangheta.

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Tutto ha preso pubblicamente il via a Trame, il Festival dei libri sulle mafie, da un’idea di Anna Sergi: costruire un percorso “con San Luca”, facendo della presenza sul territorio e del confronto con chi lo abitava parte integrante della ricerca. 
La criminologa e docente dell’Università di Bologna ne ha discusso il 18 giugno a Lamezia Terme, durante la quindicesima edizione del Festival, nell’incontro “Verso un manifesto con San Luca. Dentro il territorio, oltre gli stereotipi”. Con lei c’erano Francesco Donnici, giornalista e ricercatore, Rosario Rocca, ex sindaco di Benestare ed ex presidente del Comitato dei sindaci della Locride, e Carmen Bagalà, direttrice della Caritas di Locri. Il punto di partenza era racchiuso nella scelta di quel “con”: studiare il territorio attraverso il dialogo con chi ne conosceva dall’interno dinamiche, bisogni e trasformazioni. Nel confronto di Lamezia sono emersi alcuni dei temi al centro del lavoro, come la marginalità, i servizi, il rapporto con le istituzioni, gli effetti dello stigma e le forme attraverso cui la ’ndrangheta si radicava nel contesto sociale. Sergi ha proposto di considerare la criminalità organizzata anche come un processo capace di consolidare norme, comportamenti e disvalori.
Quella presentata a Trame è stata, tuttavia, una tappa pubblica di un lavoro scientifico più ampio. La ricerca qualitativa di Sergi era già partita dall’analisi dei dati giudiziari e dalle interviste condotte negli anni con esperti, esponenti delle procure e appartenenti alle forze di polizia. Dopo Trame la studiosa è tornata in Calabria e, tra luglio e agosto, si è fermata per circa un mese a San Luca per una fase etnografica della ricerca, affiancando alle fonti e ai dati raccolti in precedenza l’osservazione diretta e il confronto con gli abitanti. Ha incontrato persone di età ed esperienze diverse, osservato la quotidianità e raccolto testimonianze e memorie familiari e collettive, approfondendo il rapporto con le istituzioni, il lavoro, i servizi, le prospettive dei giovani e le modalità attraverso cui la storia del paese veniva ricordata e trasmessa. A questa attività ha affiancato il “Diario da San Luca”, pubblicato durante il soggiorno e diffuso sui social. Il diario ha reso visibile una parte del processo di ricerca mentre si svolgeva e ha favorito ulteriori occasioni di confronto con gli abitanti. Tra i temi affiorati durante la permanenza sono emersi la memoria delle alluvioni e delle trasformazioni dell’abitato, le faide, la strage di Duisburg e il modo in cui queste vicende hanno attraversato la memoria di più generazioni. 
Il periodo trascorso nel paese non ha rappresentato, però, la conclusione del lavoro né ha consentito di tracciarne un bilancio. “Non ho un bilancio da fare, la ricerca è ancora in corso. Il mese a San Luca è stato una fase di una ricerca qualitativa in più fasi. Che partiva da analisi dei dati giudiziari a interviste con esperti anche delle procure o delle forze di polizia negli anni. Poi questo periodo etnografico al paese, a cui seguiranno almeno altri due periodi al paese di durate miste, quindi non posso fare un bilancio. Non c’è un bilancio, non è un’esperienza chiusa, e ho una valanga di dati da analizzare”, ci ha spiegato Sergi.
La permanenza estiva è stata la fase di un percorso destinato a proseguire, con almeno altri due periodi di ricerca sul campo e con l’analisi del materiale raccolto. Una prima indicazione, secondo la studiosa, riguarda il modo stesso in cui territori come San Luca possono essere osservati e studiati. “L’unica cosa che al momento posso dire è che bisogna non avere paura della complessità dei luoghi, evitare di appiattire i luoghi e le persone a una o due dimensioni, quindi o condannandoli o vedendoli solo come innocenti o solo come vittime. Ci possono essere più cose che, contestualizzate, convivono insieme nello stesso territorio. E questa è la realtà di San Luca”.
Nel lavoro svolto finora ha assunto particolare rilievo il tema della memoria collettiva, messo in relazione con la storia sociale e criminale del territorio. “San Luca, come altri paesi della Locride, ha un problema di memoria, di memoria collettiva che non gli è mai stata concessa, non gli è mai stato concesso di coltivare e non sono mai stati attivati dei meccanismi che aiutano a coltivare una memoria storica, perché la memoria in questi posti è servita soltanto per condannare. E quando la memoria condanna e basta, senza effettivamente riconoscere quelle che sono le ferite del territorio, non può crescere niente”.
È su questo terreno che Sergi individua uno dei punti centrali emersi in questa fase della ricerca: leggere nello stesso contesto esperienze e posizioni differenti e lavorare alla costruzione di una memoria capace di comprenderle. “È arrivato probabilmente il momento, il punto di svolta di tutta la ricerca, di tutta l’analisi che si può fare su questi territori. Non avere paura della loro complessità e della loro coesistenza tra vittime, carnefici e potenzialmente molte posizioni ibride, e imparare sostanzialmente a ricordarsi che la memoria è un obbligo di tutti. Non lo si può chiedere alle vittime, non lo si può chiedere soltanto ai carnefici, non lo si può chiedere alla procura. Bisogna attivare un processo di memoria collettiva che aiuti a comprendere questi territori”.
 

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